La missione era cominciata male. La contraerea costiera aveva obbligato il Catalina a deviare dalla sua rotta sul Golfo di Policastro e il soldato si era dovuto lanciare col paracadute ai limiti della quota prevista. Un capriccioso scirocco l’aveva sospinto molto verso l’interno, assai fuori dalla zona target. Fortunatamente non era caduto tra le braccia di qualche pattuglia tedesca o della milizia e non era rimasto appeso ai rami degli alberi. A terra, si era tolto l’imbragatura, aveva nascosto il paracadute in una folta macchia e vi si era acquattato anche lui, aspettando paziente.

Nella calda notte di novilunio, un brivido aveva attraversato il grande bosco e lo aveva spento. Lentamente, l’immobilità dell’uomo, aveva riacceso i convegni amorosi dei grilli e i richiami dei rapaci notturni; ancora l’essenza di mirto e di menta selvatica, profumo di nostalgia e di altrove, si era sparsa nell’aria.

E il bosco aveva cullato il soldato. Così, quando l’alba era scesa dalle pendici dei monti, scoprendo ad austro l’azzurro seno del mare, lo aveva trovato addormentato.

Un basso ringhio e un breve grido di bimba lo avevano destato di scatto. Ancor prima di aver gli occhi aperti, la sicura allo sten era tolta e l’indice già carezzava il grilletto.

Di là dagli alberi, un branco di cani irsuti e rinselvatichiti si muoveva minaccioso, con le orecchie appiattite e le zanne scoperte. Una bimba di otto, forse dieci anni li fronteggiava armata solo di spalancati occhi come schegge d’ebano. Tra le sue braccia un agnellino belava il suo terrore, scalciando convulso per sottrarsi alla presa e gettarsi in un’istintiva, vana fuga suicida.

“Non ti muovere!” Le ordinò il soldato in uno strano italiano. Poi lo sten abbaiò sei volte. Due cani si abbatterono di schianto e gli altri uggiolando si dileguarono nel sottobosco. La bimba non si mosse e in un istante il soldato le fu accanto. Lanciò occhiate nervose tutt’attorno, tendendo l’orecchio. Poi si accucciò.

“Come… ti… chiami?” chiese.

“Giulia” rispose la bimba posando su di lui uno sguardo di olive nere.

“Giulia… – ripetè il soldato sottovoce – e dov’è… casa tua?”

La bimba si voltò appena sollevando il mento affilato. Seguendo il suo gesto, il soldato scorse il paesino di pietra antica aggrappato tra la cima e il fianco del colle, al di sopra degli olivi secolari, enormi e ritorti, che apparivano e sparivano nella foschia mattutina.

“Ci sono uomini… come me?” Chiese ancora il soldato, senza indicare se stesso, ma battendo la mano sul dorso del mitra. La bimba scosse la testa una volta. E il soldato le credette.

“Vieni… , andare a casa”.

Le tese una mano, mentre l’altra serrava il calcio dello sten. E la bimba la prese, mentre con l’altra stringeva al petto l’agnellino impaurito.

Risalirono insieme l’ampia carrareccia, in un silenzio irreale, scalfito solo dal tubare delle tortore e dal gioioso saltellare d’acqua di una fonte. Oltre gli archi delle mura, la terra divenne pietra, divenne scale, divenne vicoli stretti e tortuosi, in cui il soldato frugava con occhi ansiosi e guardinghi; bosco ed uliveti divennero rampicanti, divennero fichi d’india irti di spine e divennero frammenti d’orto.

Ben presto però lo sguardo del soldato si perse. Di là i resti muschiosi e diruti di una rocca e,sotto, la valle profonda e scoscesa. , Lassù invece, si ergeva fra tanti, lo strano profilo di un monte confuso tra le soffici nubi agostane.

“E’ la leonessa che dorme” disse improvvisamente la bambina.

“La leonessa… che dorme?” ripetè il soldato senza capire. Poi la vide: il roccioso dorso possente, le anche, il fiero capo tra le zampe, nascosto nel giaciglio di nubi.

Arrivarono alla porta chiusa di una casa nel cuore del paese vecchio, dove le dimore dai tetti di grigia ardesia si addossavano le une alle altre, lungo il ripido fianco del monte.

La porta si aprì ed una giovane bellezza con lunghi capelli corvini si affacciò nel vano. Senza parlare, la bimba protese l’agnellino, quasi offerta sacrificale, spiegazione e richiesta di indulgenza.

La donna abbassò le lunghe ciglia in un silenzioso cenno d’assenso e la bimba sgattaiolò dentro scomparendo nell’odorosa oscurità della casa. Le insondabili iridi d’onice si riaprirono sul soldato, poi la donna si ritirò anch’essa. Ma la porta rimase aperta, muto ma inequivocabile invito.

Incerto, il soldato entrò nella penombra . C’era odore di fumo buono, un lieve sentore di pecora e rumore di ciotole e piatti. La silente signora della casa si muoveva, ombra tra le ombre, dal focolare al tavolo al centro della stanza; una vecchia filava in un angolo buio, senza guardare né filo, né spola e il soldato capì che era cieca. La bimba sgusciò da una porticina laterale. Non aveva più l’agnellino con sé.

Quattro scodelle di latte spumoso furono posate sul tavolo con quattro ciocchi di pane nero. Senza parlare, tutti sedettero e mangiarono.

Poi il sole sorse alto, implacabile. Il soldato studiava una mappa dispiegata sul ripiano di legno. Segnava qualcosa, s’alzava, avvicinandosi alla finestrella per scrutare fuori, quindi tornava al tavolo per interrogare ancora la mappa. Da lì a qualche settimana – non sapeva bene quando – il generale Clark sarebbe sbarcato su quelle coste. Lui era stato paracadutato oltre le linee tedesche, come molti altri, per studiare il terreno. Doveva individuare il sito migliore per l’operazione Avalanche: forse quello stesso golfo, forse più a nord, verso Paestum o più su ancora.

Senza sorrisi e senza disperazione, il giorno rimase sospeso in una quiete immobile, scandita dai rintocchi di San Giovanni Battista dispersi nel cielo di smalto. Ma alla fine tornarono le ombre e venne il tempo di muoversi. Il soldato e le donne non avevano parlato molto. Frasi smozzicate, monosillabi. Lui non voleva dire, le donne non volevano sapere. Quindi il soldato si sorprese quando d’un tratto la silfide bruna disse: “La Rocca della gloriosa Madre di Gesù è solo più un paese di donne. Donne e pietra, vecchi e sabbia. Donne di pietra e sabbia”.

Non sapendo come replicare, il soldato provò a dire: “Presto gli Alleati arrivano. Sarete libere. Gli uomini torna… torneranno”

La donna scrollò le spalle, voltandosi verso la compagna più anziana, sempre intenta a filare. “Il filo del tempo è molto lungo davvero. Romani, saraceni, bonapartisti, tedeschi… una gente in più o una in meno, che differenza può fare?”

Il soldato taceva. Non era sicuro di capire cosa la donna volesse dirgli. Forse non comprendeva l’italiano così bene.

“No. A Roccagloriosa non servono gli americani. – riprese la giovane – Le donne. Qua stanno le donne, come le pietre. Le pietre saranno case, le donne paese. Qua, a Salerno e dovunque.”

“Pur’iddio abbisognò di Mari’ par u’ figl’ soi” Sentenziò la voce roca della vecchia, levandosi dal buio.

Il soldato era sempre più confuso. Come tutti gli uomini confusi si rifugiò nella fuga. Radunò le sue cose e si diresse verso la porta.

Lo arrestò il raspare a tentoni dal cantuccio della vecchia. Da sotto il panchetto su cui era seduta levò una sciarpa di morbidissima lana e la tese al soldato.”Prendi”.

“Per me?” Fece lui stupito.

La vecchia assentì col capo. L’uomo non sapeva bene come comportarsi. Dopo aver condiviso il loro cibo, non avrebbe voluto sottrarre altro dai pochi averi delle tre donne. Goffamente provò a rifiutare il dono . “Non serve una sciarpa. E’ ancora… estate, fa caldo!”

“Da mo’, quando estate firnisce, a da venì l’inverno” gli rispose la vecchia, rintanandosi nel buio dei propri occhi e del proprio tempo passato.

Fuori, le tenebre già invadevano i vicoli, a dispetto del cielo ancora chiaro.

Sulla porta la giovane donna lo raggiunse. Sollevandosi sulle punte dei piedi gli sfiorò le labbra con un rapidissimo bacio, poi gli porse un panno annodato. Dentro c’erano un po’ di formaggio, mezza forma di pane ed un piccolo otre di vino. “E’ il dono del presente, soldato. Un dono per vivere”.

Il soldato aspirò il sapore delle sue labbra e la fragranza di spigo. E ginestra. Vacillò un istante. Quando riaprì gli occhi il nero della porta era vuoto.

Strinse le cinghie dello zaino, controllò il caricatore del mitra e si voltò incontro alla notte incombente.

“Aspetta!”

La bimba lo aveva chiamato dalla soglia e la sua scarna manina gli tendeva qualcosa.

Sorridendo il soldato si era inginocchiato, protendendo a sua volta la mano per accarezzarle i capelli. “Ciao,

piccola.”

Lei mise nella grande mano un piccolo oggetto che brillò dell’ultima luce diurna. Era il campanellino dell’agnello.

“Così, se in futuro ti perderai, i tuoi amici ti ritroveranno”.

Da dentro, il soldato sentì, dolorose e struggenti, lacrime asciutte forzargli le palpebre. ”Ehi… grazie!” Riuscì a dire.

Ma anche la bimba era sparita inghiottita dal buio.

Si tirò su e senza voltarsi indietro, si avviò fra gli ulivi. Ad oriente, le stelle ammiccavano già nel cielo tra la leonessa e la rocca.

Tiziano Storai